giovedì 29 ottobre 2026

Fallimento Zen? Il diritto alla bellezza e il limite del nostro sguardo

 

La splendida cornice entro cui è avvenuta la presentazione dello stimolante libro di Danilo Maniscalco, Fallimento Zen. Lo strano caso di una periferia "irrisolta"nella Palermo contemporanea 40due Edizioni, 2026. Ho avuto l'onore di prenderne parte, anche perché autrice di uno dei 12 contributi che l'autore ha concepito come arricchimento della sua pregevole opera. Con il mio "Noumeno Zen2" spero di non averla impoverita!


Ci sono persone che una città semplicemente la abitano. E poi ci sono persone che, oltre ad abitarla, la osservano criticamente e continuano a interrogarla indefessamente. Si chiedono perché sia fatta così, perché alcuni luoghi siano curati e altri dimenticati, perché alcune parti della città sembrino avere diritto alla bellezza e altre no.

Danilo Maniscalco, autore del prezioso libro intorno a cui ho dialogato ieri insieme ad altri due brillanti interlocutori in un luogo splendido qual è l'Oratorio di Sant' Elena e Costantino, appartiene a questa seconda categoria. 

Da tempo Danilo difende un'idea che può sembrare semplice, ma che è profondamente civile: la bellezza non è un lusso, è un diritto.

Ho avuto occasione di confrontarmi con lui su questi temi già lo scorso anno e quest’anno, quando è venuto nella scuola dove insegno, l'Ascione, a parlare del diritto alla bellezza e della sua negazione.

Negli anni abbiamo condiviso riflessioni sui problemi di Palermo, ma anche il desiderio di immaginare una città diversa. Penso, per esempio, a Frammenti di memoria condivisa, il mosaico con i volti delle vittime della mafia palermitana, che Danilo ha avuto la straordinaria capacità di progettare e realizzare; e penso a esperienze come quelle fatte con il gruppo con cui diedi vita all'associazione Dissonanze urbane, che si poneva come obiettivo fondamentale quello di attraversare i quartieri periferici e le loro contraddizioni.

E forse attraversare è una parola importante quando si parla dell'abitare. Perché una città non la conosciamo davvero soltanto percorrendone le strade, ma quando riusciamo a interrogarne le ferite, le disuguaglianze, le bellezze nascoste e i luoghi che abbiamo finito con l’imparare a non guardare più.

Il fallimento di un progetto

Il libro di Danilo è un'analisi accurata e piena di pathos di ciò che è oggi lo Zen 2, un quartiere che negli ultimi tempi è tornato prepotentemente al centro della cronaca palermitana, anche in seguito a tragici episodi che hanno coinvolto giovanissimi, ai quali l'autore dedica il libro.

Danilo però sceglie di andare oltre la cronaca e di interrogare le ragioni architettoniche e urbanistiche di una realtà che troppo spesso viene raccontata esclusivamente attraverso la criminalità.

La storia del progetto di Vittorio Gregotti, le insulae, la mancata realizzazione di servizi e infrastrutture, il tradimento delle previsioni originarie ci costringono a riconoscere un fallimento urbanistico che non può essere minimizzato. Non possiamo parlare dello Zen senza parlare delle responsabilità politiche, delle scelte progettuali e delle occasioni mancate che hanno contribuito a determinare le condizioni attuali.

La questione, del resto, non è nuova. Già negli anni Cinquanta, attraverso le inchieste sulla speculazione edilizia e le trasformazioni di Roma, Pasolini e altri osservatori critici denunciavano il conflitto tra interessi economici e diritto alla città. La bellezza del paesaggio e la qualità dell'abitare sono da sempre esposte al rischio di essere sacrificate a interessi che con il bene comune hanno poco a che fare.

Ma vorrei soffermarmi su una distinzione che considero fondamentale: il fallimento di un progetto architettonico non coincide necessariamente con il fallimento umano di chi è costretto ad abitarlo.

Il limite e il pregiudizio

È qui che il discorso urbanistico diventa anche filosofico.

La parola limite ci accompagna nella storia del pensiero occidentale. Ciò che ha confini può essere circoscritto, definito, conosciuto e governato; ciò che sfugge ai confini ci inquieta. Il pensiero greco all'ápeiron, l'indeterminato di Anassimandro, ciò che non si lascia ricondurre facilmente a una misura, ha sempre preferito il finito, il misurato, ciò che è contenuto, ordinato, ben proporzionato.

Fare i conti con lo smisurato non è mai stato semplice per i filosofi occidentali, che anche in età moderna, da Kant in poi, ci invitano a interrogarci sui limiti della nostra conoscenza. 

Lasciamo in sospeso la questione dell'infinito romantico, per non complicare troppo la questione e perdere il filo del discorso, andando oltre il "limite".

Quali sono i limiti del nostro sguardo quando giudichiamo realtà che conosciamo soltanto dall'esterno?

Il destino di un progetto e il destino di chi vive dentro quel progetto male realizzato, per fortuna non coincidono.

Questo è stato fondamentalmente il senso del mio intervento di ieri. Un invito a riflettere sul nostro modo di guardare lo Zen.

Il noumeno Zen: il limite del nostro sguardo

Il mio breve contributo inserito nell'appendice del libro si intitola Noumeno Zen 2.

Perché noumeno? Perché, da filo-filosofa, mi interessa interrogare non soltanto ciò che sappiamo di questo quartiere, ma anche ciò che ci sfugge, ciò che non riusciamo a conoscere davvero.

Del fenomeno Zen sappiamo molto, moltissimo: cronache, statistiche, problemi urbanistici, episodi di criminalità. Eppure, dell'essenza dello Zen sappiamo pochissimo. La vita che si svolge dietro quell'acronimo non può essere esaurita dalle rappresentazioni che ne costruiamo.

Lo Zen è diventato, nell'immaginario comune, un concentrato di paure e stigmi, quasi un luogo dal quale tenersi a distanza per non esserne contaminati. Per molti, nascere lì significa essere condannati a un destino già scritto.

Il limite con cui parliamo dello Zen 2 è il limite della nostra condizione umana, intrisa di pregiudizi che inevitabilmente ci portiamo dietro. Sapeva bene il mio Hans Georg Gadamer che avere pre-giudizi sia naturale, necessario, perché il pregiudizio è semplicemente un giudizio che viene dato prima dell'effettivo incontro con la realtà. Ma diventa indispensabile ammetterne l'esistenza e poi metterlo in circolo per convalidare o meno la sua veridicità.

Quanto siamo capaci di lasciare circolare i pregiudizi che abbiamo quando si discute dello Zen2?

 È comodo pensare che un luogo sia irredimibile, perché così possiamo collocare il male altrove e sentirci, per contrasto, dalla parte giusta. Possiamo immaginare gli altri peggiori di noi per crederci migliori, moralmente e culturalmente, senza essere costretti a mettere in discussione le nostre certezze.

La filosofia, però, ci insegna a interrogarci sui limiti della conoscenza. E allora l'analogia con il noumeno kantiano diventa, per me, un modo per riconoscere un limite: possiamo pensare lo Zen, descriverne le condizioni, studiarne i problemi, ma non possiamo pretendere di esaurirne la verità umana attraverso le nostre categorie.

Non è una rinuncia a conoscere, ma un invito a riconoscere quanto ci sfugge.

Il rischio che si corre è costruire una frontiera simbolica tra un noi e un loro: da una parte chi si considera rispettabile, civile, portatore di valori; dall'altra chi viene identificato con il degrado, la violenza, la devianza.

È una contrapposizione rassicurante, perché ci consente di collocare il male sempre altrove e di sentirci, per contrasto, dalla parte giusta.

Ma è anche una contrapposizione pericolosa. La tradizione occidentale ha spesso associato il bello al buono, l'armonia esteriore alla nobiltà morale. Il celebre concetto di  καλοκαγαθία, crasi di kalòs kai agathós, è il presupposto della stessa formula platonica che si trova nel Filebo: "Il bene si rifugia nel bello". Ma noi non abbiamo solamente la tradizione greca a sostenerci. Il cristianesimo ha messo a repentaglio anche questa equivalenza, mettendo in crisi l'idea che la bontà sia figlia della bellezza. E, personalmente, mi sento molto più vicina eticamente a questa visione, perché se l'associazione bello-buono diventa un criterio per giudicare le persone, il rischio è quello di dividere il mondo tra belli e buoni da una parte, brutti e cattivi dall'altra. E di considerare chi non rientra in determinati "canoni" una presenza da allontanare, qualcosa di sgradevole e riprovevole da cui doversi proteggere.

La filosofia contemporanea ci ha insegnato a diffidare di queste identità rigide, proprio perché possono diventare strumenti di esclusione e di violenza, come di fatto sono stati proprio nel Novecento e come, purtroppo, continuano ad essere oggi.

Nessuno sceglie il luogo in cui nasce, come ho già scritto su questo blog. E se è vero che l'ambiente in cui cresciamo condiziona le nostre possibilità, non è vero che determini una volta per tutte ciò che siamo destinati a diventare.

Non basta nascere in un contesto agiato e bello per diventare persone giuste; così come non è affatto detto che crescere in un luogo degradato impedisca di sviluppare intelligenza, sensibilità, onestà e senso di responsabilità.

Possiamo riconoscere quanto un ambiente condizioni le possibilità di una persona, senza trasformare quel condizionamento in un destino?

Questa è la speranza, percché mi sembra davvero importante non considerare gli abitanti dello Zen come una comunità indistinta, definita una volta per tutte dal luogo in cui vive. Al suo interno esistono storie, aspirazioni, conflitti, scelte e possibilità differenti. Esistono persone che resistono alla logica criminale, che custodiscono valori, che potrebbero esprimere talenti ai quali non sono state offerte occasioni sufficienti.

Mi domando, per esempio, quante possibilità rischino di rimanere invisibili in un quartiere privo delle opportunità che altrove consideriamo normali. Potrebbe esserci un genio allo Zen 2 che non riesce a diventare visibile? Un talento nella chimica, nell'astrofisica, nell'arte, che non trova le condizioni per emergere?

Forse certi quartieri andrebbero definiti a rischio perché il rischio più grande che corriamo, come collettività, è quello di perdere i talenti che non siamo stati capaci di riconoscere.

C'è però un altro limite che vorrei mettere in evidenza e che risorge continuamente quando si parla di Zen 2 e non solo: quello di chi osserva senza ascoltare.

Quando parliamo di una periferia, infatti, possiamo finire per trasformarla in un oggetto di studio, una sorta di caso esemplare da analizzare attraverso le cronache, le statistiche, le immagini del degrado. Persino quando le nostre intenzioni sono buone, rischiamo di parlare degli abitanti senza parlare con loro.

E questa mi sembra sia una differenza decisiva.

Immaginiamo che in un condominio di via Marchese Ugo, strada della buona borghesia palermitana, si verifichi un crimine atroce. La vicenda occuperà le cronache, verrà percepito fortemente lo scandalo, ma difficilmente qualcuno arriverà a identificare tutti gli abitanti di quella strada con il delitto commesso da uno di loro. 

Se invece episodi analoghi accadono in un quartiere già stigmatizzato come lo Zen 2, la reazione probabilmente non sarebbe così di sbigottimento, perché  il luogo stesso finirebbe per diventare un marchio che produce criminalità, e i suoi abitanti si troverebbero a dover rispondere in massa per colpe che non sono loro.

È così che il pregiudizio si consolida: un fatto diventa una generalizzazione, la generalizzazione un'identità imposta, l'identità imposta una ragione per escludere.

Per conoscere davvero un luogo, occorre ascoltare le persone che lo abitano, lasciarsi raccontare le loro microstorie, comprendere ciò che vedono e che noi non vediamo.

 Occorre smettere di pensare che chi vive in periferia non possa avere qualcosa da insegnarci, ammettendo invece che potrebbe mettere in discussione le nostre certezze e arricchire la nostra comprensione del mondo anche un abitante dello Zen2.

Non si tratta di negare i problemi reali, di minimizzare la criminalità o di rinunciare a individuare responsabilità. Si tratta, al contrario, di comprendere meglio la realtà, senza sostituirla con una rappresentazione semplificata.

E qui entra in gioco anche la nostra situatezza: tutti guardiamo il mondo da una posizione determinata, attraverso esperienze, abitudini e categorie che non sono neutrali. Riconoscerlo non significa cadere nel relativismo, ma diventare consapevoli dei limiti della propria prospettiva.

Forse dobbiamo chiederci quanto siano borghesi le lenti attraverso cui osserviamo certe periferie e quanto il nostro giudizio sia condizionato dalla distanza che ci separa da esse.

Abitare significa avere possibilità

Torniamo allora alla bellezza.

Abitare, come ho già detto altrove, non significa semplicemente occupare uno spazio. Significa costruire abitudini, incontri, relazioni; crescere dentro una geografia che, in qualche modo, entra dentro di noi.

Siamo anche i luoghi che attraversiamo. Non è indifferente vivere in un ambiente nel quale esistono alberi, spazi verdi, biblioteche, cinema, scuole e luoghi di incontro, oppure in uno nel quale mancano servizi, cura e occasioni di relazione.

Come ripete più volte Danilo, la bruttezza, quando diventa una condizione quotidiana, può divorare energie individuali e collettive e restringere le possibilità. Un ambiente curato, al contrario, può invitare alla relazione, alimentare il senso di appartenenza e sollecitare la responsabilità verso ciò che ci circonda.

Questo non significa che la bellezza produca automaticamente il bene, né che il degrado generi necessariamente il male. Significa che le condizioni materiali dell'esistenza contano, perché contribuiscono a rendere alcune possibilità accessibili e altre più difficili da realizzare.

E allora il diritto alla bellezza non riguarda soltanto l'estetica. Riguarda la dignità, la qualità della vita, le occasioni di incontro e la possibilità di immaginare un futuro diverso da quello che sembra già scritto.

Per questo il discorso sul diritto alla bellezza e quello sul Fallimento Zen non sono separati. Parlare di bellezza significa anche domandarci chi abbia diritto a vivere in luoghi curati, attraversabili, capaci di offrire opportunità. E chi, invece, sembri destinato a vivere in spazi ai quali quelle opportunità sono state negate.

Il compito della collettività non è decidere se un quartiere e i suoi abitanti siano irredimibili. È assumersi la responsabilità di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di esprimere le proprie possibilità.

Come possiamo evitare che il fallimento di un luogo diventi una condanna per chi lo abita? Come possiamo denunciare con chiarezza le responsabilità urbanistiche e politiche senza trasformare la critica in una nuova forma di esclusione?

E soprattutto: come possiamo passare dal parlare delle periferie all'ascoltare chi le vive, riconoscendo agli abitanti non soltanto il diritto alla bellezza, ma anche il diritto di partecipare alla definizione di ciò che è bello, di ciò che serve e di ciò che può cambiare?

Perché il rischio è che, mentre denunciamo un ghetto architettonico, finiamo per costruire un ghetto anche nel nostro pensiero: noi fuori, loro dentro; noi dalla parte del bene, loro dalla parte del male.

Avviarsi su una strada che veda finalmente la relazione come condizione primaria della stessa identità, che si modella in un continuo incontro con l'altro, forse ci consentirà di superare steccati ideologici e potrà offrire sacrosanti ponti di mescolanze dinamiche, che rendano l'"abitare la bellezza" un diritto per ogni cittadina e cittadino. Anche di coloro che vivono "ai confini della realtà". 


venerdì 23 ottobre 2026

IL RISVEGLIO DELLE COSCIENZE. MI RIVOLTO, DUNQUE SAREMO

 


Nel mondo occidentale tormentato dalla retorica, bombardato da messaggi di qualunque genere e tipo, in un modo così capillare e continuativo da impedire troppo spesso che la denuncia stessa di ciò che è falso, ingiusto ed inaccettabile possa essere distinta dalla menzogna e venir presa seriamente in considerazione, trovare la "verità della parola" sembra da tempo un'impresa disperata.
Da settimane alcune parti d'Europa bruciano di indignazione e proteste, segno che è possibile remare con forza contro quella desolante situazione di disincanto che da decenni riguarda tanti giovani ed adulti, credutisi impotenti riguardo l’effettiva risolvibilità di determinate questioni.

La gravità delle problematiche, annunciata da più bocche ed intorno a più vicende, si è spesso negli ultimi decenni addomesticata nel fondo della coscienza dell'opinione pubblica, come qualcosa che va accettata come "naturale", contro cui ribellarsi è sterile, fonte unicamente di nervosismo e frustrazione.

Oltre - e spesso insieme- a coloro che hanno manifestato contro il genocidio a Gaza, gli "eco"attivisti hanno già preso posizione parecchie volte contro questa stasi intollerabile, per cercare di svegliare le coscienze. Ma i loro tentativi sono stati ignorati dai politici e anche da troppe categorie di persone, "benpensanti" e non, che hanno lasciato prevalere un'ingiustificabile irritazione per le proteste di piazza, considerandole inutili, quando non fastidiosi intoppi di esistenze già grondanti troppi sacrifici per poter investire energie in lotte senza garanzia di successo.
Malgrado la pandemia avrebbe già dovuto avercelo ricordato per benino, la lezione del "siamo tutti connessi" e "nessuno si salva da solo" è tornata a essere lettera morta. Perché l'era tardo-capitalista non può produrre reti di solidarietà, ma solo vespai frammentati che perseguono per lo più interessi particolari e "solo se conviene", come cantava Agnelli in "La ballata per la mia piccola iena".

Finalmente, sembra che abbiamo riscoperto che le ragioni per lottare esistono, che è tempo di tornare a sentirsi un NOI e fare sentire forte e chiara la nostra voce contro la sopraffazione di tutti i diritti, da quello della casa a quello del giusto salario, dal diritto all'occupazione al diritto all'istruzione, dal diritto alla salute al diritto alla libera associazione, oltre a quello internazionale, che è stato addirittura affermato valga "fino a un certo punto".
Quanti diritti sono stati calpestati progressivamente negli ultimi decenni in nome di freddi interessi del Capitale, mai messi in discussione dal governo Meloni- e nemmeno troppo dalla sua opposizione!

La nostra Italia, infatti, ha messo in cima alla propria lista il riarmo, preferendo investire sulla morte, anziché sulla vita, picconando progressivamente il sistema sanitario e di istruzione pubblici, così da alimentare sempre di più un circuito di diseguaglianze che ha creato un clima di malessere sociale, xenofobia e crescente razzismo, che non può che creare allarme e forte preoccupazione.

I giovani, gli agricoltori, gli autotrasportatori del sud, stanno dando una lezione compatta di resistenza in questo autunno caldo, che sarebbe bello venisse ascoltato davvero dalla classe politica.
La repressione non può essere l'unica risposta.
Ma lo scollamento tra classe dirigente e "massa" popolare, forse, è tale da non poter nemmeno più farci sperare che questo dissenso porti a effettivi cambiamenti di rotta.

Esistono politici capaci di fare davvero l'interesse dei più oppressi della popolazione?
Cosa c'è nel cuore dei politici?
Forse non dovrebbe nemmeno interessarci sondare fino a quel punto. Chi potrà stabilire mai, del resto, se siano calcolo, freddezza ed ambizione sconfinata le vere ancore di salvezza di chi governa, in onore a quanto diceva Pessoa nel libro dell'Inquietudine: “Il mondo è di chi non sente. La condizione essenziale per essere un uomo pratico è la mancanza di sensibilità.”?
Potrebbe anche darsi, invece, che preoccupazioni stritolanti accompagnino ogni notte qualche rappresentante politico che si sente perduta/o e profondamente a disagio nel non riuscire a portare avanti i compiti assegnati dalla comunità, compiti in cui magari crede fermamente dal primo giorno della sua carriera, ma per mancata capacità collaborativa con i suoi colleghi sono stati tante volte inadempiuti.
Tutto è possibile.
E a molti piacerebbe, sicuramente, sostenere una politica che ha ansia di trasformare le cose, esortando con impeto sincero alla concretezza e sforzandosi di conseguire nei tempi più brevi possibili gli obiettivi prefissati, perché crede davvero nella necessità del suo intervento.

Tuttavia, sono giunta da parecchi anni, un po' pragmaticamente, a dovere ritenere quest'aderenza al nobile ideale non più essenziale, purché venga mantenuta fede incondizionata ad un solo, insindacabile punto: il SERVIZIO.

Intendo dire che certamente sarebbe bello che chi ha potere non vivesse come fastidi che attentano alla sua pace e alla sua serenità privata ciò per cui, accettando un ruolo pubblico- frutto certamente di tanta fatica- ha scelto di lottare.
Sarebbe nobile, un’utopia, senza dubbio, se chi governasse capisse sul serio, insomma, le problematiche dei suoi cittadini, avendole a cuore, sentendole sue, in modo che ogni sacrificio previsto – la politica è sacrificio!- venisse effettuato seguendo intimamente Platone, che nel Fedro fa dire a Socrate : ”Per chi intraprende cose belle è bello anche soffrire” (Platone, Fedro 274 a-b).

Ma penso che non dovremmo chiedere tanto. Mi basta una politica che assuma responsabilmente l’impegno istituzionale per lo sviluppo sostenibile, per la fine delle guerre, per una politica di inclusione e integrazione degli immigrati e per la rivitalizzazione del settore pubblico, ricerca inclusa, a cui dovrebbero essere destinati tutti i finanziamenti possibili, spezzando definitivamente questa tendenza alla privatizzazione e americanizzazione completa della società, che pare abbia inaridito i cuori, abituandoli a una violenza disastrosa che è giunto il momento di interrompere.

Non ci servono eroi.
Ci bastano degli esecutori, non alla Eichmann, naturalmente, ma dotati di spirito critico in dose sufficiente e mediamente appassionati, che si limitino a rispondere sul serio alle richieste della popolazione.
Ci bastano degli esecutori che si impegnino concretamente per mettere al centro della loro agenda la questione climatica, prioritaria rispetto ad ogni altra, ed una seria ridistribuzione delle risorse.
Ci bastano degli esecutori, insomma, che esercitino il potere per l'unica ragione per cui lo detengono: mettersi interamente al nostro servizio. E lo facciano per interessarsi del clima, del lavoro - da garantire e da rendere stabile e sicuro per tutte e per tutti-, della scuola - base di ogni possibile cambiamento epocale e che urge emancipare dal modello aziendale una volta per tutte- , della salute- che non può essere un lusso di pochi, mentre la stragrande maggioranza della popolazione rinuncia a curarsi-, delle sfide più complesse del presente- vedi intelligenza artificiale che, incontrollata, rischia di mandare a casa migliaia di persone- , di tutti coloro che vivono ai "margini" soffrendo di abbandono e di invisibilità, degli anziani soli e dei giovani disperati, per ripensare un futuro ibrido e cosmopolita- non nazionale- che ha bisogno di giustizia sociale, sicurezza, di bellezza e tanto altro.

Di questo per me dovrebbe curarsi chi amministra le nostre esistenze, perché questo Paese possa crescere, migliorare, tornare a provare fiducia nella stessa classe politica e ritrovarsi di nuovo unito nel rispetto di tutte le sue meravigliose differenze e nella necessità di lottare insieme per un domani più giusto, equo e solidale per tutte/i .

Adesso che la partecipazione democratica- che ha vissuto troppo a lungo compressa negli spazi virtuali, mortificando il suo valore immenso- sembra tornare qualcosa di reale, dovremmo fare di tutto per costruire dialogando di nuovo un "NOI" che non piega più la testa.

Se torniamo a essere un soggetto collettivo e non disperdiamo in cori singoli quest'energia di ribellione;
Se si mantiene viva la fiamma della rivolta, che disvela anche per i più scettici e disincantati un altro orizzonte possibile;
Se l'autunno, insomma, resta caldo permanentemente,
allora avrà ragione la Kristeva quando diceva correggendo Camus: "Mi rivolto, dunque saremo".



lunedì 28 settembre 2026

LO SPAZIO DIMENTICATO

 




Dall'avvento di internet, sembra che lo spazio reale sia diventata una dimensione progressivamente evanescente. I luoghi in cui incontrarsi davvero sembrano contare sempre di meno, perché le relazioni virtuali per tante persone sostituiscono ormai quasi interamente quelle reali.

Chi assicura che questo sia un male? Poter chiacchierare con qualcuno dietro uno schermo mentre si è malaticci, ad esempio, o con la casa "impresentabile" o in orari improbabili è un lusso e la virtualità è stata indubbiamente la Consolazione in tempi di pandemia, nonché il solo strumento possibile per mandare avanti numerosi impieghi che, da allora, hanno cominciato ad adottare la modalità "smart" senza troppi indugi.

Beh, al netto dei vantaggi incontestabili che si traggono dallo strabiliante progresso tecnologico, è la qualità della relazione che con i pixel muta in maniera significativa. Perché nel momento in cui abdichiamo alla difesa del contorno della scena in cui i corpi si muovono, incontrano e scoprono mediante l'esperienza sensoriale, ciò che mettiamo in comune è solo un surrogato dell'incontro reale.

I posti che abitiamo, infatti, non sono soltanto ciò in cui ci ritroviamo in modo casuale o meno mentre li attraversiamo. Non siamo solo noi ad attraversare i posti, in realtà, ma sono i posti ad attraversarci. Gli spazi ci attraversano e ci lasciano addosso particelle che non potremmo reperire altrove che in quel preciso luogo che, da quel momento di vita in poi in cui l'abbiamo percorso, camminato, occupato, che sia stato per un breve tratto o per qualche settimana, è diventato parte di noi.

Per la velocità, la comodità e l'efficienza produttiva, abbiamo rinunciato a un plus che forse non potrà più essere recuperato, non, almeno, finché rimaniamo dietro lo schermo di un dispositivo.

Ci siamo abituati a considerare comune uno spazio che non ha luci, ombre, rumori; un non-luogo in cui non esistono incontri con criminali, furti e lotte per il parcheggio; dove non si patisce il freddo e non si soffre il caldo e che, forse anche per queste ragioni, è diventato negli ultimi anni sempre più preferibile alle piazze e alle strade piene di smog delle nostre città.

Internet è il luogo che visitiamo spesso in modo compulsivo e riteniamo sia il più democratico perché accoglie -almeno nelle democrazie occidentali- tutte/i quante/i senza distinzione di genere, sesso, religione etc. Ma le discriminazioni esistono anche qui, solo che probabilmente preferiamo non vederle per mantenere rifugi comodi da cui non scappare più.

In ogni caso, il post è dedicato a quello spazio che abbiamo dimenticato, con delle conseguenze antropologicamente decisive, se è vero che, come mi disse una volta lo studioso Franco La Cecla, siamo carne e geografia.

Kantianamente parlando, come il tempo, anche lo spazio è una forma a priori della sensibilità umana che in qualche maniera ci distingue dalle macchine. In fondo, è proprio in questa consapevolezza rinnovata di essere situati, come esseri-nel-mondo che abitano e si lasciano abitare dallo spazio che occupano, ecco forse è qui che potrebbe giocarsi una partita con quell'intelligenza artificiale che navigherà sempre in freddi circuiti di algoritmi, senza possibilità di esplorare tundre o oceani, ma nemmeno circonvallazioni e periferie, come è concesso a noi.

Torniamo ad abitare con tutta la voluttà, la poesia e la forza critica che ancora ci appartengono lo spazio vero, per essere armonici o dissonanti, ma sempre e comunque umani.



martedì 22 settembre 2026

NATI AI BORDI DI PERIFERIA

 



Nessuno sceglie dove nascere.

Per ragioni a noi estranee, ci ritroviamo circondati fin dall'infanzia da cemento o da boschi, palazzine o grattacieli, villette a schiera o case antiche con alti soffitti. 

Veniamo al mondo, senza alcuna colpa e nessun merito speciale, in spelonche desolate o in graziosi appartamenti con gerani e gelsomini; succede che ci troviamo in alloggi con balconcini prospicenti edilizie popolari in cui il silenzio è reato, oppure muoviamo i primi passi guardando "il circostante" da finestre che si affacciano su piazzette rinascimentali. Talvolta rassegnati a crescere in affollati monolocali a un piano terra da cui si intravedono cortili fatiscenti, può capitare di essere baciati dalla fortuna quando possiamo contemplare anche solo da una soffitta il mare; mentre molti crescono davanti ad autostrade trafficate, altri ancora in prossimità di vallate, dove per chilometri e chilometri sembra che non ci siano anime vive a cui domandare dello zucchero, men che mai "come stai?". 

 Molteplice non rende l'idea per descrivere la quantità di formule abitative esistenti sul pianeta, che il caso destina a ciascuna/o di noi terrestri.

Per la maggioranza della popolazione occidentale, però, probabilmente vale quello che cantava Battiato nel 1983 :

Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca; 

mi innervosiscono i semafori e gli stop, e la sera ritorno con malesseri speciali.

 Non servono tranquillanti o terapie

ci vuole un'altra vita.


Quell'altra vita forse l'abbiamo trovata tutti da qualche anno sui social, ma non è affatto salvifica, anzi.
Il blog nasce dal disagio avvertito nel non avere ancora fatto chiarezza su un tema a me molto caro, che è quello dell'influenza del paesaggio sulla costruzione di sé stessi.
Che peso ha il contesto paesaggistico su ciò che diventiamo? 
Come percepisce il suo spazio chi nasce "ai bordi di periferia"? Quanto lo considera determinante nelle scelte che ha fatto nella vita?

In anni lontanissimi, lasciai che quel pungolo diventasse un progetto, confuso ma pieno di buona volontà, che misi in piedi ad altre amiche e amici, con cui ci chiamavamo affettuosamente "periferici".
Pur essendo palermitane e palermitani spesso estranei alla vita dei bordi di periferia, allora tentammo per qualche mese strampalato di condurre delle indagini conoscitive intorno ai quartieri cosiddetti "a rischio" della nostra amata città, ma di tutto quel discutere, fotografare e passeggiare molto probabilmente oggi rimane soltanto  l'impressione di aver perduto tanto tempo, pur essendo concretamente pervenuti alla registrazione di un'associazione: Dissonanze Urbane.

Quasi come forma di risarcimento per aver lasciato naufragare considerazioni ed energie che forse avrebbero fatto bene alla città, o magari solamente a noi stessi, inauguro oggi questo blog (ancora un nuovo blog!), che spero possa recuperare quella curiosità autentica che animava allora il progetto, senza però finire con il sabotarsi per la mancata capacità di coordinamento dei troppi stimoli che parlare di questioni del genere ormai sono consapevole rischia di sollecitare.
Sarà quel che sarà. Per oggi mi fermo qui.
Viva le dissonanze!





NATI AI BORDI DI PERIFERIA

  Nessuno sceglie dove nascere. Per ragioni a noi estranee, ci ritroviamo circondati fin dall'infanzia da cemento o da boschi, palazzine...