Ci sono persone che una città semplicemente la abitano. E poi ci sono persone che, oltre ad abitarla, la osservano criticamente e continuano a interrogarla indefessamente. Si chiedono perché sia fatta così, perché alcuni luoghi siano curati e altri dimenticati, perché alcune parti della città sembrino avere diritto alla bellezza e altre no.
Danilo Maniscalco, autore del prezioso libro intorno a cui ho dialogato ieri insieme ad altri due brillanti interlocutori in un luogo splendido qual è l'Oratorio di Sant' Elena e Costantino, appartiene a questa seconda categoria.
Da
tempo Danilo difende un'idea che può sembrare semplice, ma che è profondamente civile:
la bellezza non è un lusso, è un diritto.
Ho avuto occasione di confrontarmi con lui su questi temi già lo scorso anno e quest’anno, quando è venuto nella scuola dove insegno, l'Ascione, a parlare del diritto alla bellezza e della sua negazione.
Negli anni abbiamo
condiviso riflessioni sui problemi di Palermo, ma anche il desiderio di
immaginare una città diversa. Penso, per esempio, a Frammenti di memoria
condivisa, il mosaico con i volti delle vittime della mafia palermitana, che Danilo ha avuto la straordinaria capacità di progettare e realizzare; e penso a esperienze come quelle fatte con il gruppo con cui diedi vita all'associazione Dissonanze urbane, che si poneva come obiettivo fondamentale quello di attraversare i
quartieri periferici e le loro contraddizioni.
E forse attraversare è una parola importante quando si parla dell'abitare. Perché una città non la conosciamo davvero soltanto
percorrendone le strade, ma quando riusciamo a interrogarne le
ferite, le disuguaglianze, le bellezze nascoste e i luoghi che abbiamo finito
con l’imparare a non guardare più.
Il fallimento di un progetto
Il libro di Danilo è un'analisi accurata e piena di pathos di ciò che è oggi lo Zen 2, un quartiere che negli ultimi tempi è tornato prepotentemente al centro della cronaca palermitana, anche in seguito a tragici episodi che hanno coinvolto giovanissimi, ai quali l'autore dedica il libro.
Danilo però sceglie di andare oltre la cronaca e di interrogare
le ragioni architettoniche e urbanistiche di una realtà che troppo spesso viene
raccontata esclusivamente attraverso la criminalità.
La storia del progetto di Vittorio Gregotti, le insulae, la
mancata realizzazione di servizi e infrastrutture, il tradimento delle
previsioni originarie ci costringono a riconoscere un fallimento urbanistico
che non può essere minimizzato. Non possiamo parlare dello Zen senza parlare
delle responsabilità politiche, delle scelte progettuali e delle occasioni
mancate che hanno contribuito a determinare le condizioni attuali.
La questione, del resto, non è nuova. Già negli anni
Cinquanta, attraverso le inchieste sulla speculazione edilizia e le
trasformazioni di Roma, Pasolini e altri osservatori critici denunciavano il
conflitto tra interessi economici e diritto alla città. La bellezza del
paesaggio e la qualità dell'abitare sono da sempre esposte al rischio di essere
sacrificate a interessi che con il bene comune hanno poco a che fare.
Ma vorrei soffermarmi su una distinzione che considero
fondamentale: il fallimento di un progetto architettonico non coincide
necessariamente con il fallimento umano di chi è costretto ad abitarlo.
Il limite e il pregiudizio
È qui che il discorso urbanistico diventa anche filosofico.
La parola limite ci accompagna nella storia del
pensiero occidentale. Ciò che ha confini può essere circoscritto, definito,
conosciuto e governato; ciò che sfugge ai confini ci inquieta. Il pensiero
greco all'ápeiron, l'indeterminato di Anassimandro, ciò che non si
lascia ricondurre facilmente a una misura, ha sempre preferito il finito, il misurato, ciò che è contenuto, ordinato, ben proporzionato.
Fare i conti con lo smisurato non è mai stato semplice per i filosofi occidentali, che anche in età moderna, da Kant in poi, ci invitano a interrogarci sui limiti della nostra conoscenza.
Lasciamo in sospeso la questione dell'infinito romantico, per non complicare troppo la questione e perdere il filo del discorso, andando oltre il "limite".
Quali sono i limiti del nostro sguardo quando giudichiamo realtà che conosciamo soltanto dall'esterno?
Il destino di un progetto e il destino di chi vive dentro quel progetto male realizzato, per fortuna non coincidono.
Questo è stato fondamentalmente il senso del mio intervento di ieri. Un invito a riflettere sul nostro modo di guardare lo Zen.
Il noumeno Zen: il limite del nostro sguardo
Il mio breve contributo inserito nell'appendice del libro si intitola Noumeno Zen 2.
Perché noumeno? Perché, da filo-filosofa, mi interessa
interrogare non soltanto ciò che sappiamo di questo quartiere, ma anche ciò che
ci sfugge, ciò che non riusciamo a conoscere davvero.
Del fenomeno Zen sappiamo molto, moltissimo: cronache,
statistiche, problemi urbanistici, episodi di criminalità. Eppure, dell'essenza
dello Zen sappiamo pochissimo. La vita che si svolge dietro quell'acronimo non
può essere esaurita dalle rappresentazioni che ne costruiamo.
Lo Zen è diventato, nell'immaginario comune, un concentrato
di paure e stigmi, quasi un luogo dal quale tenersi a distanza per non esserne
contaminati. Per molti, nascere lì significa essere condannati a un destino già
scritto.
Il limite con cui parliamo dello Zen 2 è il limite della nostra condizione umana, intrisa di pregiudizi che inevitabilmente ci portiamo dietro. Sapeva bene il mio Hans Georg Gadamer che avere pre-giudizi sia naturale, necessario, perché il pregiudizio è semplicemente un giudizio che viene dato prima dell'effettivo incontro con la realtà. Ma diventa indispensabile ammetterne l'esistenza e poi metterlo in circolo per convalidare o meno la sua veridicità.
Quanto siamo capaci di lasciare circolare i pregiudizi che abbiamo quando si discute dello Zen2?
È comodo pensare
che un luogo sia irredimibile, perché così possiamo collocare il male altrove e
sentirci, per contrasto, dalla parte giusta. Possiamo immaginare gli altri
peggiori di noi per crederci migliori, moralmente e culturalmente, senza essere
costretti a mettere in discussione le nostre certezze.
La filosofia, però, ci insegna a interrogarci sui limiti
della conoscenza. E allora l'analogia con il noumeno kantiano diventa, per me,
un modo per riconoscere un limite: possiamo pensare lo Zen, descriverne le
condizioni, studiarne i problemi, ma non possiamo pretendere di esaurirne la
verità umana attraverso le nostre categorie.
Non è una rinuncia a conoscere, ma un invito a
riconoscere quanto ci sfugge.
Il rischio che si corre è costruire una
frontiera simbolica tra un noi e un loro: da una parte chi si
considera rispettabile, civile, portatore di valori; dall'altra chi viene
identificato con il degrado, la violenza, la devianza.
È una contrapposizione rassicurante, perché ci consente di
collocare il male sempre altrove e di sentirci, per contrasto, dalla parte
giusta.
Ma è anche una contrapposizione pericolosa. La tradizione occidentale ha spesso associato il bello al buono, l'armonia esteriore alla nobiltà morale. Il celebre concetto di καλοκαγαθία, crasi di kalòs kai agathós, è il presupposto della stessa formula platonica che si trova nel Filebo: "Il bene si rifugia nel bello". Ma noi non abbiamo solamente la tradizione greca a sostenerci. Il cristianesimo ha messo a repentaglio anche questa equivalenza, mettendo in crisi l'idea che la bontà sia figlia della bellezza. E, personalmente, mi sento molto più vicina eticamente a questa visione, perché se l'associazione bello-buono diventa un criterio per giudicare le persone, il rischio è quello di dividere il mondo tra belli e buoni da una parte, brutti e cattivi dall'altra. E di considerare chi non rientra in determinati "canoni" una presenza da allontanare, qualcosa di sgradevole e riprovevole da cui doversi proteggere.
La filosofia contemporanea ci ha insegnato a diffidare di
queste identità rigide, proprio perché possono diventare strumenti di
esclusione e di violenza, come di fatto sono stati proprio nel Novecento e come, purtroppo, continuano ad essere oggi.
Nessuno sceglie il luogo in cui nasce, come ho già scritto su questo blog. E se è vero che
l'ambiente in cui cresciamo condiziona le nostre possibilità, non è vero che
determini una volta per tutte ciò che siamo destinati a diventare.
Non basta nascere in un contesto agiato e bello per
diventare persone giuste; così come non è affatto detto che crescere in un
luogo degradato impedisca di sviluppare intelligenza, sensibilità, onestà e
senso di responsabilità.
Possiamo riconoscere quanto un ambiente condizioni le
possibilità di una persona, senza trasformare quel condizionamento in un
destino?
Questa è la speranza, percché mi sembra davvero importante non considerare gli abitanti
dello Zen come una comunità indistinta, definita una volta per tutte dal luogo
in cui vive. Al suo interno esistono storie, aspirazioni, conflitti, scelte e
possibilità differenti. Esistono persone che resistono alla logica criminale,
che custodiscono valori, che potrebbero esprimere talenti ai quali non sono
state offerte occasioni sufficienti.
Mi domando, per esempio, quante possibilità rischino di
rimanere invisibili in un quartiere privo delle opportunità che altrove
consideriamo normali. Potrebbe esserci un genio allo Zen 2 che non riesce a
diventare visibile? Un talento nella chimica, nell'astrofisica, nell'arte, che
non trova le condizioni per emergere?
Forse certi quartieri andrebbero definiti a rischio perché il rischio più grande che corriamo, come collettività, è quello di perdere i talenti che non siamo stati capaci di riconoscere.
C'è però un altro limite che vorrei mettere in evidenza e che risorge continuamente quando si parla di Zen 2 e non solo:
quello di chi osserva senza ascoltare.
Quando parliamo di una periferia, infatti, possiamo finire per
trasformarla in un oggetto di studio, una sorta di caso esemplare da analizzare
attraverso le cronache, le statistiche, le immagini del degrado. Persino quando
le nostre intenzioni sono buone, rischiamo di parlare degli abitanti
senza parlare con loro.
E questa mi sembra sia una differenza decisiva.
Immaginiamo che in un condominio di via Marchese Ugo, strada della buona borghesia palermitana, si verifichi un crimine atroce. La vicenda occuperà le cronache, verrà percepito fortemente lo scandalo, ma difficilmente qualcuno arriverà a identificare tutti gli abitanti di quella strada con il delitto commesso da uno di loro.
Se invece episodi analoghi accadono in
un quartiere già stigmatizzato come lo Zen 2, la reazione probabilmente non sarebbe così di sbigottimento, perché il luogo stesso finirebbe per diventare un
marchio che produce criminalità, e i suoi abitanti si troverebbero a dover rispondere in massa per colpe che non sono loro.
È così che il pregiudizio si consolida: un fatto diventa una
generalizzazione, la generalizzazione un'identità imposta, l'identità imposta
una ragione per escludere.
Per conoscere davvero un luogo, occorre ascoltare le persone che lo abitano, lasciarsi raccontare le loro microstorie, comprendere ciò che vedono e che noi non vediamo.
Occorre smettere di pensare che chi vive in periferia non possa avere qualcosa da insegnarci, ammettendo invece che potrebbe mettere in discussione le
nostre certezze e arricchire la nostra comprensione del mondo anche un abitante dello Zen2.
Non si tratta di negare i problemi reali, di minimizzare la criminalità o di rinunciare a individuare responsabilità. Si tratta, al contrario, di comprendere meglio la realtà, senza sostituirla con una rappresentazione semplificata.
E qui entra in gioco anche la nostra situatezza:
tutti guardiamo il mondo da una posizione determinata, attraverso esperienze,
abitudini e categorie che non sono neutrali. Riconoscerlo non significa cadere
nel relativismo, ma diventare consapevoli dei limiti della propria prospettiva.
Forse dobbiamo chiederci quanto siano borghesi le lenti
attraverso cui osserviamo certe periferie e quanto il nostro giudizio sia
condizionato dalla distanza che ci separa da esse.
Abitare significa avere possibilità
Torniamo allora alla bellezza.
Abitare, come ho già detto altrove, non significa semplicemente occupare uno spazio.
Significa costruire abitudini, incontri, relazioni; crescere dentro una
geografia che, in qualche modo, entra dentro di noi.
Siamo anche i luoghi che attraversiamo. Non è indifferente
vivere in un ambiente nel quale esistono alberi, spazi verdi, biblioteche,
cinema, scuole e luoghi di incontro, oppure in uno nel quale mancano servizi,
cura e occasioni di relazione.
Come ripete più volte Danilo, la bruttezza, quando diventa una condizione quotidiana, può
divorare energie individuali e collettive e restringere le possibilità. Un ambiente curato, al
contrario, può invitare alla relazione, alimentare il senso di appartenenza e
sollecitare la responsabilità verso ciò che ci circonda.
Questo non significa che la bellezza produca automaticamente
il bene, né che il degrado generi necessariamente il male. Significa che le
condizioni materiali dell'esistenza contano, perché contribuiscono a rendere
alcune possibilità accessibili e altre più difficili da realizzare.
E allora il diritto alla bellezza non riguarda soltanto
l'estetica. Riguarda la dignità, la qualità della vita, le occasioni di
incontro e la possibilità di immaginare un futuro diverso da quello che sembra
già scritto.
Per questo il discorso sul diritto alla bellezza e quello
sul Fallimento Zen non sono separati. Parlare di bellezza significa
anche domandarci chi abbia diritto a vivere in luoghi curati, attraversabili,
capaci di offrire opportunità. E chi, invece, sembri destinato a vivere in
spazi ai quali quelle opportunità sono state negate.
Il compito della collettività non è decidere se un quartiere
e i suoi abitanti siano irredimibili. È assumersi la responsabilità di
rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di esprimere le proprie
possibilità.
Come possiamo evitare che il fallimento di un luogo diventi
una condanna per chi lo abita? Come possiamo denunciare con chiarezza le
responsabilità urbanistiche e politiche senza trasformare la critica in una
nuova forma di esclusione?
E soprattutto: come possiamo passare dal parlare delle
periferie all'ascoltare chi le vive, riconoscendo agli abitanti non soltanto il
diritto alla bellezza, ma anche il diritto di partecipare alla definizione di
ciò che è bello, di ciò che serve e di ciò che può cambiare?
Perché il rischio è che, mentre denunciamo un ghetto
architettonico, finiamo per costruire un ghetto anche nel nostro pensiero: noi
fuori, loro dentro; noi dalla parte del bene, loro dalla parte del male.
Avviarsi su una strada che veda finalmente la relazione come condizione primaria della stessa identità, che si modella in un continuo incontro con l'altro, forse ci consentirà di superare steccati ideologici e potrà offrire sacrosanti ponti di mescolanze dinamiche, che rendano l'"abitare la bellezza" un diritto per ogni cittadina e cittadino. Anche di coloro che vivono "ai confini della realtà".
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