Dall'avvento di internet, sembra che lo spazio reale sia diventata una dimensione progressivamente evanescente. I luoghi in cui incontrarsi davvero sembrano contare sempre di meno, perché le relazioni virtuali per tante persone sostituiscono ormai quasi interamente quelle reali.
Chi assicura che questo sia un male? Poter chiacchierare con qualcuno dietro uno schermo mentre si è malaticci, ad esempio, o con la casa "impresentabile" o in orari improbabili è un lusso e la virtualità è stata indubbiamente la Consolazione in tempi di pandemia, nonché il solo strumento possibile per mandare avanti numerosi impieghi che, da allora, hanno cominciato ad adottare la modalità "smart" senza troppi indugi.
Beh, al netto dei vantaggi incontestabili che si traggono dallo strabiliante progresso tecnologico, è la qualità della relazione che con i pixel muta in maniera significativa. Perché nel momento in cui abdichiamo alla difesa del contorno della scena in cui i corpi si muovono, incontrano e scoprono mediante l'esperienza sensoriale, ciò che mettiamo in comune è solo un surrogato dell'incontro reale.
I posti che abitiamo, infatti, non sono soltanto ciò in cui ci ritroviamo in modo casuale o meno mentre li attraversiamo. Non siamo solo noi ad attraversare i posti, in realtà, ma sono i posti ad attraversarci. Gli spazi ci attraversano e ci lasciano addosso particelle che non potremmo reperire altrove che in quel preciso luogo che, da quel momento di vita in poi in cui l'abbiamo percorso, camminato, occupato, che sia stato per un breve tratto o per qualche settimana, è diventato parte di noi.
Per la velocità, la comodità e l'efficienza produttiva, abbiamo rinunciato a un plus che forse non potrà più essere recuperato, non, almeno, finché rimaniamo dietro lo schermo di un dispositivo.
Ci siamo abituati a considerare comune uno spazio che non ha luci, ombre, rumori; un non-luogo in cui non esistono incontri con criminali, furti e lotte per il parcheggio; dove non si patisce il freddo e non si soffre il caldo e che, forse anche per queste ragioni, è diventato negli ultimi anni sempre più preferibile alle piazze e alle strade piene di smog delle nostre città.
Internet è il luogo che visitiamo spesso in modo compulsivo e riteniamo sia il più democratico perché accoglie -almeno nelle democrazie occidentali- tutte/i quante/i senza distinzione di genere, sesso, religione etc. Ma le discriminazioni esistono anche qui, solo che probabilmente preferiamo non vederle per mantenere rifugi comodi da cui non scappare più.
In ogni caso, il post è dedicato a quello spazio che abbiamo dimenticato, con delle conseguenze antropologicamente decisive, se è vero che, come mi disse una volta lo studioso Franco La Cecla, siamo carne e geografia.
Kantianamente parlando, come il tempo, anche lo spazio è una forma a priori della sensibilità umana che in qualche maniera ci distingue dalle macchine. In fondo, è proprio in questa consapevolezza rinnovata di essere situati, come esseri-nel-mondo che abitano e si lasciano abitare dallo spazio che occupano, ecco forse è qui che potrebbe giocarsi una partita con quell'intelligenza artificiale che navigherà sempre in freddi circuiti di algoritmi, senza possibilità di esplorare tundre o oceani, ma nemmeno circonvallazioni e periferie, come è concesso a noi.
Torniamo ad abitare con tutta la voluttà, la poesia e la forza critica che ancora ci appartengono lo spazio vero, per essere armonici o dissonanti, ma sempre e comunque umani.

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